Alberto Mucignat

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Oltre il limite, Into the wild.

01/12/2008

Personale

Happiness only real when shared -Christopher McCandless

Ieri sera ho visto Into the wild. Film bellissimo, da vedere al cinema. Da vedere in ogni caso, specie se te lo sei perso.

Di Krakauer -l’autore da cui Sean Penn ha tratto “Into the wild”- avevo letto solo Aria sottile, una sua storia vera sulla più grande tragedia dell’Everest. Ottimo regalo di natale, peraltro.

Dopo il film però mi è venuto in mente Messner. In uno dei suoi ultimi libri, Messner dice che i propri limiti bisogna cercare di superarli ogni volta un pochino di più, ma senza voler andare subito troppo oltre.

Più o meno come un saltatore in alto sposta l’asticella di pochissimi centrimetri ogni volta che tenta un record. Lavorare sul limite, non pretendere di superarlo di brutto (uno come Bolt forse è un’eccezione, ma non se ne va a spasso in mezzo agli orsi polari).

Ok, vengo al dunque. Per me c’è un momento particolare in cui mi accorgo di aver superato il limite: sono in mezzo alla natura selvaggia e a un certo punto mi prende un attacco di panico-euforia. So che da quel momento in poi sarò “solo” e questo un po’ mi eccita e un po’ mi spaventa.

Alcune persone, quelle che mi accompagnano in montagna, conoscono bene questo mio “momento” che di solito accade poco dopo l’inizio di una via, appena passato il primo “punto critico”.

Superato questo momento, potrei scalare il K2 (si fa per dire), perchè mi sono appena lasciato alle spalle un limite. Di più: mi sto lasciando dietro un mondo, un sistema di parametri conosciuti, noti, sicuri. E d’ora in poi sto andando incontro all’ignoto, da solo.

Nel film di Penn questo momento probabilmente accade quando il protagonista supera il fiume. Il fiume è un limite -che si rivelerà fatale- oltre il quale c’è l’ignoto. Da lì in poi te la devi cavare da solo, ragazzo.

Certo, non è solo quello che c’è oltre quel limite, bensì cosa ti lasci indietro.

Questo è il punto. Non le terre selvagge, ma quel punto di non ritorno, dove inizi ad affrontare l’ignoto, con il peso di quello che ti sei lasciato alle spalle.

Non so se c’è un punto a cui sono arrivato con questo mio post, ma non importa. Vediamo se mi riesce di chiudere con “leggerezza”.

Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddie Merckx. -Radio Freccia, Ligabue

3 commenti ↓

  • #1 Massimo 02/12/2008 12:13

    totalmente in disaccordo con Ligabue, per quello che vale (il mio disaccordo, e la sua frase).

  • #2 Barbara 02/12/2008 12:24

    Un film magnifico , veramente . Ne avevo parlato anche io citando proprio la stessa frase che citi all’inizio. Magnfici posti e grandi riflessioni (ho anche pianto)

  • #3 Testa 03/12/2008 15:58

    Diceva Gurdjieff a Ouspensky e ai suoi allievi:

    “Dovete comprendere, disse, che gli sforzi ordinari non contano.
    Solo i super sforzi contano. E così sempre e per tutto. Per coloro che non vogliono fare ’super sforzi’, la cosa migliore è che abbandonino tutto e prendano cura della loro salute”.
    “I super sforzi non rischiano di essere dannosi?”, domandò uno degli uditori, abitualmente preoccupato della propria salute.
    “Naturalmente possono esserlo, disse G., ma è preferibile morire facendo degli sforzi per svegliarsi che vivere nel sonno. Ecco una ragione. D’altronde, non è poi così facile morire per degli sforzi eccessivi.
    Abbiamo molta più forza di quanto non pensiamo. Ma non ne facciamo mai uso.

    [FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO
    SCONOSCIUTO (Piotr Demianovich Ouspensky)]

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