Alberto Mucignat

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Random thoughts around web stuffs (è tutto un equilibrio sopra la follia)

novembre: 2017
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Social design: dallo user-centered al group-centered design

AlbertoAlberto

In colpevole ritardo, segnalo un importante contributo italiano sul tema: Elementi teorici per la progettazione dei Social Network (pdf), documento redatto inizialmente da Gianandrea Giacoma e Davide Casali, rilasciato sotto licenza creative commons.

Anche se il documento è volutamente teorico, trovo degli spunti veramente interessanti, specie per quanto riguarda i gruppi sociali:

…possiamo pensare di integrare lo user centered design con una sorta di group centered design […] si tratta infatti di identificare quali siano le tipologie di gruppi esistenti all’interno del social network e progettare in base alle necessità di ciascuno di questi […] e di focalizzare una parte del design intorno alla semplificazione delle loro dinamiche.

Avevo trovato un’idea simile tempo fa, parlando di User Experience per applicazioni sociali:

Il “design sociale” è diverso dal fare design per il singolo individuo. Bisogna far interagire le persone, dargli modo di seguirsi a vicenda. Bisogna usare una sensibilità verso le funzioni sociali, piuttosto che verso le singole esigenze. -Rashmi Sinha

Direi che sta nascendo una nuova disciplina per progettare la user experience sociale, che per ora mi piace chiamare group-centered design.

Segnalo infine una specie di roadmap teorica per l’analisi di applicazioni sociali:

1. Identificare i Bisogni Funzionali autonomi e socialmente potenziati.
Questo punto è il più semplice perché dovrebbe essere in linea con gli scopi già esistenti del prodotto. La distinzione necessaria è quella fra bisogni funzionali autonomi e socialmente potenziati. Significa quindi definire quali funzionalità siano strettamente legate ad una dimensione sociale, in modo da esplicitarle con chiarezza.

2. Identificare come il servizio si inserisce nel Flusso di Attività Giornaliero delle persone.
Per fare questo è molto utile procedere tramite user case, secondo la metodologia dello user centered design. Così si esplicita quale sia il modo migliore per inserirsi nel flusso e come rendere questo processo operativamente semplice. La fase successiva consiste nel definire gli elementi di design che lo garantiscono.

3. Identificare le Pulsioni Aggreganti.
Seppure possa non essere semplice capire quali siano le motivazioni profonde che spingono le persone ad usare un determinato servizio, spesso è comunque possibile formulare delle ipotesi, a maggior ragione se si fa basandosi su osservazioni di utenti alle prese con lo strumento. Seppure quindi è molto probabile sbagliarsi quando si tenta di identificare tali pulsioni, si procede per prova ed errore in modo d’avere comunque un percorso indicativo. Riportando l’esempio delle pulsioni prima specificate: competizione, curiosità, appartenenza, narcisismo, evitamento della frustrazione, sublimazione. Si può partire da questi.

4. Identificare i Gruppi Sociali
Potremmo definire questo punto come ‘group centered design’: si tratta infatti di identificare quali siano le tipologie di gruppi esistenti all’interno del social network e progettare in base alle necessità di ciascuno di questi. Questo può essere fatto sia in fase di progettazione (con ‘group cases’, in modo analogo agli ‘user cases’), sia analizzando gruppi realmente esistenti all’interno della rete sociale. L’osservazione diretta va comunque fatta nel tempo in modo che si possa adattare il servizio al mutare delle relazioni. Questo passo è importante perché i gruppi sociali sono relativamente semplici da identificarsi ed è possibile anche tradurli in elementi progettuali concreti, al contrario di elementi come le Pulsioni Aggreganti, che sono più astratti.

Insomma, la metodologia c’è, le pratiche anche (i group cases sono una gran bella idea!).

Ma non finisce qua, la ricerca resta aperta, grazie ad un wiki a cui tutti possono contribuire. Certo, fosse in inglese, avrebbe migliaia di contributors, mentre qui in Italia…

Infatti, la cosa strana è che questo documento ha avuto pochissimo eco nella blogosfera, che tuttavia si trastulla quotidianamente a parlare di social-cose. Peraltro, pochi di quei pochi che hanno segnalato il lavoro si sono presi la briga di commentarlo o leggerlo. C’è da pensarci su.

ps: sotto ritorsione segnalo che il link mi è stato passato da quel belin di Cristiano 😉

Comments 7
  • Folletto Malefico
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    Folletto Malefico Folletto Malefico

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    Fra le varie parti del documento che sarebbe interessante ampliare, sicuramente c’è quella sulla metodologia di lavoro.

    Abbiamo anche avuto qualche contatto per tradurla in inglese… credo che sarebbe molto utile… avere più mani lo renderebbe poi un lavoro meno oneroso. 😛

    Grazie per il commento. Come tu stesso hai notato, in pochi han mosso critiche interessanti. 😀


  • Gianandrea
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    Gianandrea Gianandrea

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    Grazie Alberto del bel post!
    Come scriveva anche Davide (Folletto) la traduzione in inglese è in programma. Speriamo che anche grazie a contributi e riflessioni come la tua si inneschi un passa parola, perché c’è bisogno di approfondire il tema dei social networks su più livelli.


  • Gaetano Anzisi
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    Gaetano Anzisi Gaetano Anzisi

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    Il documento di Gianandrea Giacoma e Davide Casali sarà la mia lettura del week end. Ti scriverò quanto prima 😉
    P.S.

    Il belin di Cristiano mi ha passato il link anche a me proprio oggi. Dici che prende la percentuale per lo spam che sta facendo 🙂


  • Gaetano Anzisi
    Posted on

    Gaetano Anzisi Gaetano Anzisi

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    Come avevo dichiarato venerdì ho stampato il documento e l’ho letto con molta attenzione e purtroppo continuo ad avere dubbi. Sono dubbi dovuti al mondo web italiano; dubbi relativi alle ‘maestranze’ di quelli che producono e creano web. Il paper di Gianandrea e Davide propone una metodologia che prevede un approccio sociologico tipico della scuola statunitense. Ho studiato a scienze della comunicazione per 5 anni molte delle teorie e delle tecniche da loro presentate all’inzio del documento e poi applicate al social network. Il dubbio è: non vedo in Italia lo sviluppo di ambienti web, semplici e\o complessi, basati sulle teorie e tecniche della psicologia e sociologia sociale. Dico questo con rammarico e con la speranza che le cose cambino al più presto. Vado a leggere il wiki 🙂


  • Alberto
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    Alberto Alberto

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    beh, dai, le frustrazioni non sono un buon motivo per non rimboccarsi le maniche e lavorare duro per cambiare le cose.

    nel nostro piccolo, dobbiamo invece, quotidianamente e pazientemente, intraprendere piccoli cambiamenti nella direzione giusta per noi. è una piccola guerra sotterranea, ma che alla lunga porterà i suoi frutti.


  • Gaetano Anzisi
    Posted on

    Gaetano Anzisi Gaetano Anzisi

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    La (consapevolezza) della frustrazione, secondo quanto dichiarato da Gianandrea e Davide nel documento, può diventare una leva positiva per cambiare la meta prefissa e raggiungerne un ‘altra 🙂