Alberto Mucignat

random thoughts around web stuffs (è tutto un equilibrio sopra la follia…)

Alberto Mucignat header image 1

Chino sul fatturato

21/12/2005

WebLife

La dura vita dello stagista ci viene spiegata da Matteo con amore paternalistico. Molte idee sono utili anche per i non-stagisti.

4 commenti ↓

  • #1 Matteo 22/12/2005 00:56

    Ciao Alberto, grazie.
    Vedo passare tanti stagisti. Come sicuramente ne vedi tanti pure tu. Vorresti potergli trasmettere di più, ma non hai nè il tempo nè le risorse. Alla fine li vedi andare, il più delle volte, anche se meriterebbero qualcosa di più, almeno una chance in più.
    Anche la mia lista è buttata lì velocemente… Dovrebbe essere più accurata e sicuramente estesa.

  • #2 Alberto 22/12/2005 01:44

    è un po’ malinconico questo tuo ragionamento. tutti siamo stati stagisti, credo. io ho avuto la fortuna di essere una specie di stagista in un ente pubblico, quindi non so come sia in un’azienda, ma lo immagino, perchè anche noi abbiamo avuto degli stagisti.

    credo che alla fine l’importante sia che una persona, in ogni esperienza della propria vita, riesca a capire qualcosa. oppure a porsi le domande giuste.

    a pensarci bene il problema forse non è dello “stagismo”, ma del livello culturale italiano, della disaffezione al lavoro prima ancora di iniziare, l’idea dei soldi facili, la tivvù, ecc… tutto questo ci fa vedere uno stage come una cosa negativa. dal punto di vista aziendale invece è una cosa positiva perchè è una forma di sfruttamento a basso costo.

    detto questo, conosco “stagisti” che adesso hanno un lavoro. entrare in un’azienda significa avere (almeno) 1 possibilità, se uno è bravo.

  • #3 Matteo 22/12/2005 02:13

    Sono stato fortunato, ho saltato l’esperienza stage.

  • #4 Paolo 24/12/2005 14:36

    condivido la tua amara osservazione sulla disaffezione al lavoro e sull’idea del soldo facil, mi sento inoltre di aggiungere che esiste anche il fenomeno del dirigente che considera il novellino stegista come una persona solo da sfruttare, e non come una possibile sorgente da cui attingere nuove idee ed energie. Spesso i dirigenti non si rendono conto che la produttività di una persona non è sempre direttamente proporzionale agli anni di carriera o a quanto il lavoratore ha dimostrato di essere attaccato all’azineda.

    La retribuzione dovrebbe essere funzione di quanto si è utili all’azineda, e non in funzione dei legami di amicizia con i boss oppure di quanto si è disposti a obbedire agli ordini (talvolta insensati).

    (scusate se il mio post è diventato uno sfogo ;-) )

    buon natale

Scrivi un commento