Paolo Valdemarin mi attira in una discussione da cui è difficile sottrarsi, perchè mi tocca sul vivo (i skei).
Devo dire che concordo con lui sulla nostra pigrizia a tirar fuori il portafogli, salvo che per i valori nazionali, ovvero telefonino e calcio. Ma c’è sempre un ma.
Se andare a un convegno è un investimento diretto per il tuo lavoro, sei anche disposto a spenderci perchè lo puoi considerare un costo di formazione. Se sei un giornalista e/o te lo paga l’azienda non discutiamo nemmeno.
Ma nel mio caso non è proprio un investimento diretto e l’azienda non mi da nemmeno le ferie per andarci, figuriamoci pagarmi l’ingresso. Quindi per me andare a Les Blog è uno sfizio che costa quanto un mac mini.
Duro il mondo dei consulenti, se non navighi nell’oro. Ma non sono il solo in questa situazione, difatti a Parigi si sono iscritti pochi italiani. E al Webdays, gratuito, c’erano qualche decina di persone ad ascoltare De Kerckhove.
Diverso è il discorso dei servizi in Italia. Su questo concordo totalmente con Paolo, specialmente se compariamo quello che spendono gli italiani giornalmente per mandare sms, scaricarsi suonerie inutili o per guardarsi le partite di calcio.
Purtroppo internet in Italia è visto ancora come un media gratuito oppure come quel posto dove ti fregano i soldi con i dialer: figuriamoci se la gente oggi è propensa a spendere 5-10 euro al mese per un servizio…
4 commenti ↓
Dura la vita del consulente
Anche quando lavoravo in agenzia e chiedevo la possibilità di partecipare a conferenze o roadshow, i titolari mi guardavano come se chiedessi il permesso di andare in gita.
Poi però mi chiedevano nuove idee e soluzioni per i progetti credendo, forse, che l’arcangelo Gabriele mi facesse visita in sonno a suggerirmele.
Che la formazione non venga compresa nel suo fine ultimo non è una novità.
Qui, però, a mio avviso, è anche discussione la filosofia del tutto gratis sul web.
I miei utenti mi scrivono lamentandosi per qualche malfunzionamento della piattaforma abusando della parola Cliente. Ma più ci penso e più credo che sia stato io a sbagliare l’impostazione del rapporto.
è incredibile, ma un dato di fatto: se dai qualcosa gratis - o, peggio ancora, sei tu azienda a pagare perchè gli utenti usino il tuo servizio, come ai tempi della niu economi - ti romperanno i maroni per un nulla, mentre se fai pagare ti perdoneranno anche tuoi eventuali erroracci. Com’era? Trattala male…
io per partecipare a fiere e conferenze ho sempre dovuto sborsare di tasca mia e prendere ‘ferie’ dai vari clienti (quando possibile). Ferie che per inciso costano le giornate di lavoro perse (e quindi non retribuite)… ma se ne vale la pena non ci penso due volte…
e ricordati… il libero professionista è libero… di essere sfruttato, sottopagato, non avere diritti…
[quote]Poi però mi chiedevano nuove idee e soluzioni per i progetti credendo, forse, che l’arcangelo Gabriele mi facesse visita in sonno a suggerirmele.[/quote]
Aghenor, forse dovremo iniziare veramente a chiedere aiuto a DIO!
Comunque dipende molto anche da quanto l’azienda si fida di te. Soprattutto, forse bisognerebbe iniziare a dire ogni volta: questa cosa l’ho letta su un blog oppure pensa questo l’ho sentito ad un workshop. Cioè: se l’azienda si rende conto che effettiamente c’è una crescita e che tu lo fai per migliorare la “produttività” sicuramente pian piano le cose iniziano a cambiare.
fullo: credo che siamo liberi di decidere quello che ci interessa, per fare un lavoro che sia il più vicino possibile ai nostri interessi. è evidente che il lavoro dipendente è completamente all’opposto, ma è normale che nel nostro campo e in questi anni, il lavoro dipendente non abbia più molto senso, forse.
moruzzi: hai ragionissima! è proprio come con le donne!
beh comunque in italia, a parte i servizi di hosting e qualche altra cosuccia, ancora dobbiamo vedere seriamente applicato il principio della sottoscrizione di un [url=http://paolo.evectors.it/italian/2005/07/08.html]servizio tipo typepad[/url]. tra l’altro, kataweb e radio deejay mica li fanno a pagamento i blog e nemmeno FEEDO (che al limite potrebbe esserlo!). forse in italia il businness model è ancora un altro… quanti anni ci vorranno?