Ieri abbiamo fatto il secondo incontro del Rome UX BookClub e abbiamo discusso del libro Mental models di Indi Young, una delle teste dietro Adaptive Path.
L’incontro è stato piuttosto “intimo” visto che un 60% dei partecipanti ha dato buca, ma questo ha permesso di aumentare sensibilmente la percentuale di quelli che avevano letto il libro
Detto questo, il libro è uno dei capisaldi della user experience research, quindi un libro da leggere se volete specializzarvi in quest’area.
La discussione sul libro
Seguono alcune note sulla discussione a partire dalle mie considerazioni e con aggiunta delle cose che mi ricordo della serata:
- il libro è un “manuale dettagliato” su come fare e utilizzare i mental models. Per cui è per il 70% un libro focalizzato su questo
- i mental models sono schemi che rappresentano, in due aree visivamente contrapposte, i task degli utenti e i contenuti/funzionalità a supporto di determinati task
- eventuali mancanze o debolezze nei contenuti o nelle funzionalità rispetto ai task degli utenti possono essere utilizzati per indicare i possibili sviluppi o miglioramenti del prodotto web
- i mental models sono uno strumento strategico e che avvengono nella fase di ricerca, quindi all’inizio di un progetto: tuttavia l’autore segnala come i mental models possano/debbano essere sviluppati e arricchiti nel tempo, per esempio inserendo una breve intervista dopo i test di usabilità periodici che vengono fatti (gran bella idea). Questo permette di evolvere il modello durante il tempo e con un investimento già ammortizzato (i test).
- i mental models guidano la strategia della user experience nel tempo per un periodo anche molto lungo
- citazioni che mi sono segnato a proposito della tipologia qualitativa:
- “mental models are tools that can free you to recognize possibilities while at the same time provide solid data”
- “the mental model is a qualitative approach base on interpretation of data that looks like a scientific method“
- da queste citazioni ho detto che è un tool molto importante perché, a differenza dei personaggi, consente di rappresentare in maniera efficace al cliente tutto il sistema e le sue eventuali falle/debolezze
- il mental model è un tool di tipo strategico che definisce la strategia, ma soprattutto ci aiuta ad attuarla
L’ultima considerazione è mia, e la ritengo molto importante perché dobbiamo riuscire ad avere sempre più deliverables che siano “actionable” anziché produrre documentazione che i clienti non si leggono.
Alcuni dubbi e controversie
Durante la discussione sono emersi alcuni “punti oscuri” che riporto qui e magari chiederemo lumi all’autore.
- non è chiaro che relazione si possa sviluppare tra i personaggi e i mental models: di questo si accenna solamente nel capitolo 4, ma senza scendere nel dettaglio
- l’ultimo capitolo del libro è un po’ tirato per i capelli, per esempio la parte su come derivare l’architettura dell’informazione a partire dal mental models ha lasciato molte perplessità.
Il libro comunque a me è piaciuto molto, in particolare credo che la parte più importante (almeno per me che utilizzo questi strumenti per lavorare coi clienti) sia il Capitolo 12 – Alignment and gap analysis, dove si descrive per bene come analizzare e utilizzare i mental models con i clienti.
Nota di colore, per così dire. La presunta “scientificità” del metodo (“looks like a scientific method”) ha dato vita ad un’accesa discussione tra i paladini della user research pura, ovvero quella che ho battezzato come la “fronda degli antropologi” (voi sapete di chi parlo
). Purtroppo la fronda è ben radicata nel book club e quindi in futuro ci troveremo sicuramente altre volte in situazioni simili. Armiamoci di santa pazienza
Conclusioni
A me è piaciuto molto questo secondo incontro, forse perché ci “stiamo rodando” e non vedo l’ora di incontrarci a Gennaio. Il luogo mi piace, i gestori del Lettere caffè sono simpatici e mi pare che siamo stati bene.
Ultima cosa. Mi dispiace che molti non riescano a leggere il libro e arrivino piuttosto impreparati.
A questi voglio dare un consiglio: se siete tardi, scansionate il libro e leggete solo le parti che ritenete più interessanti. Bastano 2-3 ore e la prossima volta non sarete bloccati dal “non aver letto il librooo”.
6 commenti ↓
Il “frondista” imperversa anche su mucignat.com, ricordando in maniera strazippata che:
- dalle origini ad un certo momento storico la scienza era qualcosa molto legata all’inspiegabile, al soprannaturale, al religioso e alla magia. Pensate all’alchimia
- Dobbiamo a Galileo la connessione diretta tra metodo e scienza. La scienza è tale perché usa un determinato metodo.
- Dopo Galileo siamo stati molto bravi a sostituire questo “un metodo” con “dei metodi”, creando discussioni molto oziose su quale metodo sia o non sia scientifico oppure + o – scientifico.
- Queste discussioni oziose arrivano fino a Kuhn e Popper, che le formalizzano in delle pseudoregole: non c’è la scienza oggettiva, c’è una comunità scientifica che valuta l’intersoggettività di alcune idee provando a falsificarle.
Mi fermo qui, ma respingo sia le accuse di purezza (un termine sciagurato per un antropologo) che quelle di paladino della scienza (affatto, “scienza” è un termine ombrello sotto al quale stanno pratiche molto diverse con esiti davvero incomparabili).
Non mi avrete mai come volete voi
ecco, come volevasi dimostrare
Bellissimo libro, ho avuto la fortuna di sentirlo presentare direttamente da Indi Young e l’ho comprato immediatamene e divorato… il problema poi è sempre far capire al cliente che vale la pena investire in questo tipo di progettazione….
Molto interessante anche l’idea del BookClub, mi piacerebbe partecipare.
Ciao
Silvia
Un articolo su scienza e paradigmi che sembra scritto apposta dopo la nostra discussione
http://www.nytimes.com/2009/12/15/science/15books.html?_r=1&ref=technology
Alberto, credo che il Lettere Caffè farebbe bene a richiedere la tua santa opera per il redesign del loro sito.
Un caro saluto e Buon Natale