Il conto ve lo faccio io: 11 ricerche in 50 secondi, una ogni 4,5 secondi.
Questa pubblicità mette assieme un’idea di brand experience (ti fa trovare le cose che cerchi e a cui tieni) con la velocità di Google (vantaggio competitivo verso gli altri: siamo i più veloci -anche perché tra un po’ Bing sarà superiore in termini di pertinenza dei risultati).
Scopro da LukeW la lista delle linee guida per la progettazione della user experience per iPad.
Premetto che la cosa è interessante in se: alla Apple sanno bene che l’esperienza di una app viene spesso associata al prodotto e quindi avere pessime app significa anche avere un minimo di ricaduta sul brand.
Per cui da tempo hanno rilasciato una serie di linee guida per il design delle esperienze sulle app di iPhone e ora anche di iPad.
Tra i vari punti elencati, alcuni mi hanno colpito dal punto di vista dell’interaction design e architettura dell’informazione:
Enhance Interactivity (Don’t Just Add Features): significa che per i nuovi device mobili, bisogna pensare ad arricchire l’interazione, anzichè aumentare il numero di features (less is more, again, ever)
Flatten Your Information Hierarchy: gli spazi informativi si appiattiscono, l’accesso alle funzionalità è più diretto, meno “profondo” (in senso fisico: pensate all’alberatura dei “vecchi siti”)
C’è da immaginarsi che tra i parametri con cui Apple valuta l’approvazione delle app (e magari anche la loro “importanza di promozione” all’interno dello store) ci siano anche questi preziosi suggerimenti.
Ecco la presentazione che ho tenuto ieri alla conferenza Digital User Experience in un panel sull’interaction design a cui hanno partecipato tra gli altri anche Experentia e Frog design.
Nella presentazione ho illustrato 4 pattern della progettazione di una web user experience che ritengo importanti e che sono emersi negli ultimi anni. Ne ho altri nel pensatoio, prima o poi metterò tutto assieme…
Durante il panel si è parlato di user experience, interazioni digitali e aziende in Italia: quest’ultimo punto è stato piuttosto dibattuto, come era prevedibile.
Era la prima volta che mi trovavo in un panel così “crossmediale” agli ambienti digitali e mi sono divertito parecchio: mi piacerebbe poterlo rifare altre volte.
On the Web, the initial user experience is especially important: people — with ten years’ experience using other sites — will be novices with respect to your site the first time they click through from a search engine. Unless your site meets their expectations and can be understood immediately, they’ll beat a fast retreat back to the sites they already know.
Questa è una cosa che ho notato anch’io e ho chiamato effetto Facebook. Sempre più l’utilizzo di massa di siti che funzionano sta imponendo uno standard di aspettativa, per cui l’efficacia dei siti tipo Facebook è una baseline per molti utenti nei siti che visitano.
E se il vostro sito non è efficace rispetto alla baseline degli utenti, sappiate che la concorrenza è solo a un clic di distanza.
La mia idea è che dobbiamo lavorare per fare in modo che i clienti un giorno non abbiano più bisogno di noi.
Sembra un harakiri, ma è la visione del mio modello consulenziale.
Quando siamo in montagna o in mare, ci orientiamo con la bussola. Ad esempio, il nord può indicare la direzione verso cui andare, ma anche se non raggiungeremo mai realmente il polo nord, l’importante è che arriviamo al nostro obiettivo (a meno che non sia proprio “andare al polo nord”, chiaramente).
In termini business, per me significa definire un obiettivo ideale e di alto valore, per riuscire a lavorare senza limiti e senza la paura che un giorno il cliente non mi rinnoverà il contratto. (*)
In pratica, pensare di rendere autonomi i clienti mi aiuta ad aumentare la qualità del lavoro, specialmente quella percepita dal cliente.
Forse è difficile da capire, ma credo che siamo tanto più indispensabili quanto più aiutiamo le aziende a migliorare loro stesse, non solo i loro prodotti.
I consulenti che cercano di essere insostituibili sono anche i più sacrificabili, perché spesso non portano niente all’interno dell’azienda.
(*) Peraltro, se fisso questo come mio obiettivo, il non-rinnovo diventa un successo, non un fallimento. Perlomeno sul piano psicologico, of course.
Segnalo l’ultimo numero di Interactions Magazine, che contiene alcuni articoli sulla user research e in particolare discute dei problemi e delle differenze tra marketing e design research.
Tra questi, un paio di articoli sono free e riportano due tesi contrapposte:
Sebbene non sia per niente convinto della tesi per cui le ricerche marketing avvengono quando il prodotto è finito, mentre le ricerche di design avvengono prima, gli articoli sono una lettura interessante.
Il problema è nell’obiettivo di tali indagini. Nella mia esperienza (e anche quella di designer molto famosi), spesso le ricerche marketing sono troppo “high-level”, ma soprattutto sono poco orientate a guidare le scelte di design. Ecco perché serve fare user/design research: dobbiamo avere informazioni actionable per poter lavorare con efficacia.
Per il resto sono molto d’accordo sul fatto che quella dell’utente medio è un’idea che dobbiamo sradicare. Ne ho parlato in diverse occasioni (vedi: Il target è obsoleto e Utenti o personaggi?).
Segnalo questo passaggio dal primo articolo del magazine:
…designers don’t care about the average person. We need to care about everyone. [...] Designers must understand the spectrum, tallest and shortest, faztest and slowest, or any number of corner cases that seem to not fall into typical marketing discussions. While we may hear from a marketing point that “that’s not our consumer”-in actuality, he or she is. In fact, understanding the complete spectrum may present our biggest opportunity for innovation.
Ecco, conoscere lo spettro degli utenti, delle persone che useranno i prodotti web è una precondizione fondamentale per l’innovazione.
If you care about getting the right information to the right people at the right time, and you want to do it consistently across the enterprise, then you need to care about IA. If that isn’t enough to put IA high on anyone’s priority list, a solid IA practice is also fundamental to taking advantage of five of the 15 hot technology trends that Forrester has identified as fueling the next period of technology innovation and growth.
Proprio ieri un senior manager di un’organizzazione per cui stiamo riprogettando la intranet ha usato proprio queste parole: “I need the right information at the right time”. E mentre parlava io pensavo che era tutto un fatto di informazioni, strutture e progettazione dell’esperienza d’uso (mentre chi lavora alle intranet spesso pensa subito alla tecnologia).
A parte questa nota di esperienza personale, è la prima volta che al ruolo dell’architettura dell’informazione viene associata un’importanza del genere, individuando nell’IA una pratica chiave per un terzo dei trend tecnologici più importanti per le aziende.
Il report di Forrester è pieno di altri spunti interessanti, ma mi ha colpito che nella maggior parte delle organizzazioni l’IA è ancora in un “early stage”. La cosa si può spiegare con il fatto che la percezione del valore dell’IA è molto in là nel futuro:
For most established IA programs, value delivery is still in the future. Only 22% of the architects we surveyed who had formal IA programs said they were receiving demonstrable value from it. The rest have yet to see value or expect their biggest payback for their efforts to come in the years ahead.
Per molte aziende, se una cosa non porta valore immediato allora viene posticipata. Purtroppo l’IA, come la user experience in generale, non ha un ROI formalizzato e facilmente calcolabile (anche se è facilmente percepibile: basta provare a cercare qualcosa nella intranet aziendale).
Comunque, come dico da anni, il lavoro sulla IA è molto più rapido dei cambiamenti tecnologici:
…technology domains require hard work and some consensus building among IT subject matter experts (SMEs), but architects can crank out things like technology road maps and application patterns over the course of months, not years.
Infine, IA aiuta anche a definire la vision/scope del progetto, evitando di prendere direzioni diverse, per cui prendo in prestito l’ottima immagine che Forrester chiama Street-Level Strategy:
Tempo fa ho usato una metafora simile per rappresentare il valore dello user-centered design nella definizione della strategia di un progetto web: lavorare con gli utenti definisce una direzione in cui muoversi che minimizza gli errori.
Insomma, mi sono un po’ rinfrancato nel vedere che le pratiche che applichiamo (e predichiamo) da anni stanno diventando fondamentali per i business che contano.
Se volete saperne di più sull’architettura dell’informazione, vi segnalo il nostro Italian IA Summit che organizziamo ormai da 4 anni e che si terrà quest’anno a Pisa, il 7-8 Maggio. Ci saranno sicuramente casi studio sulle intranet e stiamo aspettando la conferma di IA-star internazionali di tutto rispetto.
12. Good design is always hard to program
I finally realized this after being a developer and then a designer. Your job as a designer is to get the computer to act more human and to be more understanding of human communication. A developer’s job is to make a computer more like a computer, logical and efficient. I came to the conclusion that there will always be a conflict between a designer and a developer because designers speak human and developers speak computer. Your job is to make the computer do things it was not built to do.
Dobbiamo infine capire la frustrazione di chi sviluppa sotto le direttive di “designer illuminati”: lo sviluppatore spesso si trova nella condizione di dover far fare al computer delle cose per cui non è stato progettato.
Spesso mi rendo conto che il nostro obiettivo è di “forzare” questa condizione, fino a piegare la tecnologia e renderla più umana.
Per farlo servono però anche degli “sviluppatori illuminati” che comprendano i problemi degli utenti e decidano di fare uno sforzo maggiore, perché il prezzo del cambiamento graverà principalmente sulle loro spalle.
Livia Labate ha scritto un post molto stimolante a proposito di Ricerca e navigazione. In particolare, mi è rimasta impressa questa frase:
Historically I had been taught and understood search and browse as distinct elements – which they are visually and from a UI elements standpoint – but from a behavioral perspective, they really are not, rather, they are part of a continuum. A spectrum of discovery behaviors if you will.
Ecco, da anni pensiamo che la navigazione sul sito e la ricerca interna siano due cose separate. Invece sono due facce della stessa medaglia, o meglio fanno parte di uno stesso “continuum” che Livia chiama “spettro del comportamento di scoperta” e che trovo una definizione illuminamte.
In pratica, non possiamo pensare che navigare o ricercare siano due cose diverse: l’utente ha sempre un obiettivo (un contenuto da cercare o un libro da comprare) e utilizza il metodo più efficace per raggiungerlo.
Dobbiamo quindi concentrarci sui comportamenti di navigazione/ricerca: analizzare e impostare il sito per supportare tali comportamenti.
Da tempo testo con gli utenti la trovabilità dei contenuti all’interno di un sito. E solitamente, invece di utilizzare i menu e i link, gli utenti preferiscono utilizzare la ricerca. È probabilmente un effetto della familiarità con l’uso di Google.
Di solito, un utente messo di fronte a un sito web con il compito di cercare un certo contenuto ha un comportamento talmente semplice da essere disarmante:
cerca un link che sembra lo porti vicino al contenuto che sta cercando nei menu e nei link in homepage
se non trova un link, cerca il form di ricerca interna e prova a fare una ricerca
se non trova il form di ricerca o con la ricerca interna non trova niente, allora va su Google.
Spesso il processo con cui si passa dal punto 1 al punto 2 (e poi al punto 3) è piuttosto rapido. È uno dei tanti “effetti Google”: so che su Google di solito trovo quello che mi serve, quindi se un sito non è abbastanza veloce da portarmi a un contenuto pertinente, andare su Google di solito è la soluzione più efficace.
Insomma, nella mia esperienza la ricerca nei siti è molto sottovalutata, eppure è fondamentale per non perdere utenti. In effetti, il primo consiglio di usabilità generale è quello di avere una buona ricerca.
Il mio consiglio finale: se non avete una buona ricerca interna, utilizzate la ricerca nel sito di Google. Mal che vada l’utente ritorna.
In colpevolissimo ritardo scopro Coreingrapho (via Webgol aka Antonio Sofi, che è uno delle menti dietro a), sito che ha puntato tutto sul fumetto scrollante. Da amante dei fumetti spero di riparare il mio ritardo con questo post (vero Antonio che mi perdoni?).
Una cosa mi ha colpito in particolare. Il motto sotto il logo (“In scroll we trust”) sembra una sfida contro il (falso) mito del page folding.
Ancora di più, in questo caso lo scrolling è una vera e propria scelta di design, come descrive Antonio nel post che fa un bilancio del primo anno di vita del progetto (alcuni bold, as usual, sono miei):
Il primo ingrediente è il fumetto scrollante. E’ un formato che, come credo abbiano più volte dimostrato i 25 autori che hanno pubblicato quest’anno su Coreingrapho, risponde in maniera più elegante (non so perché mi è venuto questo termine ma credo sia quello giusto) a quella che è la modalità ormai standard – vincente vittoriosa – di fruizione dei contenuti online. Un formato verticale, che la vigna viene giù come gravo. Responsivo al dito a rotella, all’occhio che scivola in basso, al pensiero che spizza e implora una fine qualsiasi, laggiù – tra i pixel di Schroedinger che ancora devono esserci e chissà se ci saranno o meno. La tavola su carta è un punto fermo – una sospensione di tempo, un respiro trattenuto che aspetta la pagina che gira e che svela un mondo tutto intero, in una sola esplosione visiva. La tavola a scrolling verticale è un segno di interpunzione più fluido – è una respirata aerobica, una scivolata sul ghiaccio con le suole lisce e la nebbia e il sospiro di sollievo alla discesa che finisce: prospettive ardite, ibridi crossmediali con flash, spazi vuoti, discese negli abissi dei colori e esplosioni di strutture.
Ecco, lo scrolling non solo non è un problema, ma anzi è una precondizione (in questo caso) per la fruizione del contenuto. Di più, è l’unica modalità per poter fruire il contenuto.
E funziona, se ogni post ha una media di 37 commenti, significa che molta gente scrolla, scrolla, scrolla fino in fondo. E poi qualcuno commenta.
Postilla Mucignat: in questo caso è il formato del contenuto che invita la gente a scrollare, non il design della pagina. Meditare su questo noi dobbiamo.
Mi chiamo Alberto Mucignat, vivo a Roma e faccio lo User Experience Designer, ovvero mi occupo di progettare siti e servizi web efficaci e facili da usare.
Per questo ho fondato Doralab, azienda che si occupa di progettazione della user experience, user-centered design e usabilità.
Nel tempo libero mi dedico alla natura: arrampico, vado in mtb e mi piace esplorare posti sconosciuti.